Intervista completa di Olivier Durand

Maraercolanoni@gmail.com/ Giugno 2, 2021/ Senza categoria/ 0 comments

La mia intervista completa.

Perchè scrivi?

Nessuno scrittore, credo, ha una risposta alla domanda “Perché scrivi?” Prima di mettermi alla narrativa ero già prolifico ma con testi relativi alla linguistica semitica e alla dialettologia araba, che insegno da trentasei anni, tra La Sapienza, L’Orientale di Napoli e il Suor Orsola Benincasa. Il primo romanzo, La ribellione del manoscritto (L’Asino d’oro ediz.) è nato come l’idea di parlare con leggerezza di argomenti che in Facoltà tratto con “serietà”. Lì per lì, pensavo che sarebbe stato una divagazione solitaria, ma la scrittura diviene presto una droga di cui non si riesce più a fare a meno.

Perché hai deciso di studiare l’arabo all’università?

Per disperazione. La frase che più mi sono sentito ripetere dai tredici ai diciannove anni è stata: “Che ne sarà di te?”. A scuola sono stato una schiappa totale su tutta la linea, tranne, a partire dalle medie e con mia grande sorpresa, in inglese, poi latino e tedesco. Ero sempre tra i primi della classe e non dovevo neanche studiare a casa. Quando ho ottenuto ‒ per il rotto della cuffia ‒ il Diploma di maturità mi sono detto: “Sai fare un’unica cosa: lingue”. Così mi sono buttato sull’esotico. E ha funzionato.

Ma il tuo personaggio Sulayman, sei tu?

Me lo chiedono tutti. Quando crei un personaggio, è chiaro che gli presti delle cose tue. Ma mi ritrovi pure in altri dei miei personaggi, anche femminili. Tuttavia Sulayman ha cose che non ho, ad esempio folti capelli biondi, mentre chi mi conosce può notare che chiarore e fittezza tricologici sono per me un prisco ricordo.

Perché hai scritto “Fratelli”?

Per elaborare un lutto. Massimo, cui il romanzo è dedicato, è stato un mio studente, diventato nei vent’anni successivi uno dei miei più cari amici, un “fratello”, appunto. È stato assassinato nel 2015 a Tunisi all’età di quarantadue anni. In termini tecnici è un “romanzo di formazione”, in cui il o i personaggi attraverso la vicenda crescono intellettualmente. Giorgio, Kamal e poi la bella Sara si conoscono in situazioni di scontro culturale, ma attraverso la breve storia comprenderanno quanto la diversità culturale possa rivelarsi un potente cemento di crescita e maturazione.

Perché hai scritto “Il murmure”?

Tutti mi chiedono ‒ dopo aver guardato la prima di copertina! ‒ se sia autobiografico. La risposta è no, nella misura in cui la storia narrata non mi è mai successa. Ho voluto affrontare un vecchio fantasma: quello del docente universitario che per mestiere si vede in via quotidiana attorniato da fanciulle, spesso avvenenti, alcune delle quali ti dedicano occhiate caramellose.

Hai mai ceduto alla tentazione?

Intendiamoci: “piacere” a una donna non significa che questa sia pronta a saltare nel tuo letto alla tua prima guardata sagittabonda. Certo, il fascino del professorone esiste, e qualunque ex studentessa, anche di liceo, ammetterà di aver fatto pensierini con questo o quel docente. Ma i pensierini nel più dei casi non vanno oltre. Cedere alla tentazione sarebbe tuttavia sedurre con armi improprie: se queste ragazze mi avessero conosciuto a casa dei genitori, o anche in discoteca, non mi si sarebbero filato di pezza. Non ho risposto alla domanda? È vero.

Ne “Il murmure” le scene di sesso sono, a momenti, spintarelle!

Senza dubbio. Ma una storia d’amore è fatta anche di sesso, e sono certo di aver evocato pratiche che auguro a ogni mio prossimo o prossima di mettere in pratica con la regolarità che desidera. L’Italia è un

Paese gran cattolico, lo sappiamo, e diversi miei lettori mi confessano di essere arrossiti fino alle cosce in vari punti della lettura. Ma ricordiamoci che quando la pornografia ha smesso di essere perseguita legalmente, i film pornografici italiani sono partiti in quarta, con tanto di attori e attrici di successo a livello internazionale, basti fare i nomi di Cicciolina, Moana Pozzi e Rocco Siffredi. No, non mi sento particolarmente boccaccesco.

Perché hai voluto scrivere “Come e perché ho deciso di essere ebreo”?

Diciamo che la moralità della favola è: “Nessuno mi vuole? E io non voglio nessuno!” Mi considero ebreo, senza essere credente né particolarmente “sionista”, in quanto figlio di una perseguitata. Mi pare un buon motivo. L’ebraismo si trasmette, secondo la tradizione religiosa, per rigida via materna, e la filiazione ebraica di mia madre non è perfetta. Non sono ebreo per i rabbini ortodossi, ma lo sono per il primo antisemita che si presenti, quindi ho da tempo saputo da quale parte della barricata mi toccava mettermi. Ma il libro propone una riflessione sul razzismo in generale, genocidio ebraico, ma anche genocidio rom, genocidio armeno, tratta degli schiavi ecc. Ho voluto insistere su quanto la rinuncia alla riflessione sul proprio passato rappresenti il pericolo maggiore per l’umanità.

Ne “Le vie del signore” illustri più volte cosa dice e non dice l’islam, perché?

Ho voluto presentare un islam a un pubblico che non ne sa niente e considera i musulmani come intolleranti e fanatici per motivi quasi genetici. Il testo è stato molto bene accolto, e diversi miei lettori mi hanno confidato di aver riflettuto con serietà sulla propria islamofobia preconcetta. Lo considero un mio scopo pienamente raggiunto.

“La ribellione del manoscritto” si presenta come il primo di una saga, seguito da “Destini in guerra” e “Le vie del signore”.

Sì, che presto vedrà apparire il quarto, di cui non ho ancora deciso il titolo. Sulayman Elkatib è un professore marocchino naturalizzato italiano a La Sapienza, Noura Marea è una commissaria di polizia. Nel primo romanzo si conoscono, poi succede quello che succede. Variamente definiti dal pubblico, polizieschi, spy story, noir o che dir si voglia, sono conditi di storia contemporanea, viaggi in luoghi da me ben conosciuti, linguistica, gastronomia e storia d’amore. Di “autobiografico”, ovviamente, c’è qualcosa, ma anche fatti accaduti ad altri e qui adattati.

Cosa significa per te insegnare?

Insegnare è condividere. Condividere una passione, una delle quali per me è la lingua araba e i suoi mille dialetti. Insegnare non è soltanto trasmettere conoscenze. Non i tratti di riempire un vaso ma di appiccare un incendio. L’autentica missione di un docente è interrogare e indurre a riflettere. L’insegnamento universitario è uno dei mestieri più belli del mondo. Studiare significa evadere dal carcere dell’ignoranza, la malattia peggiore dell’homo sapiens. Quindi insegnare è anche una militanza, una guerra contro l’ignoranza. Una guerra perdente in partenza, ma non si può non farla, se non altro per poter guardare in faccia i nostri figli un domani.

Consiglieresti ai ragazzi di iscriversi all’università?

Certamente, perché è molto diverso dal liceo. Ci si può appassionare per tante cose che ti sei scelto tu.

La carriera universitaria in Italia è molto difficile, ma chi la intraprende con affetto e passione vedrà prima o poi aprirsi delle porte.

Cosa rappresentano per te i tuoi libri?

Nessuno scrittore, credo, ha una risposta alla domanda “Perché scrivi?” Prima di mettermi alla narrativa ero già prolifico ma con testi relativi alla linguistica semitica e alla dialettologia araba, che insegno da trentasei anni, tra La Sapienza, L’Orientale di Napoli e il Suor Orsola Benincasa. Il primo romanzo, La ribellione del manoscritto (L’Asino d’oro ediz.) è nato come l’idea di parlare con leggerezza di argomenti che in Facoltà tratto con “serietà”. Lì per lì, pensavo che sarebbe stato una divagazione solitaria, ma la scrittura diviene presto una droga di cui non si riesce più a fare a meno.

Cosa rappresentano per te i tuoi studenti?

In un primo momento amici potenziali. Quelli che continuano dopo la laurea con un dottorato di ricerca e poi entrano a far parte dell’università sono “la mia scuola”, o in tono più prosaico i miei “figlioli accademici”. Il regalo più bello che possano farmi è superare il maestro, come un po’ tutti hanno saputo fare. Quando i colleghi si complimentano con me per aver messo su una bella scuola, la mia risposta è sempre: “Veramente hanno fatto tutto loro, io non ho fatto che accoglierli quando si sono diretti verso di me”. Il che è la più pura verità.

A quale tuo libro sei più affezionato, o quale di essi ti rappresentano di più?

Non saprei dirlo. Ho due filoni narrativi. Una saga, con i due protagonisti Sulayman Elkatib, professore a La Sapienza di origine marocchina e Noura Marea, fascinosa commissaria di polizia. Nel primo romanzo si conoscono, poi succede quello che succede. Variamente definiti dal pubblico, polizieschi, spy story, noir o che dir si voglia, sono conditi di storia contemporanea, viaggi in luoghi da me ben conosciuti, linguistica, gastronomia e storia d’amore. Di “autobiografico”, ovviamente, c’è qualcosa, ma anche fatti accaduti ad altri e qui adattati. Mi permettono di rievocare viaggi fatti in passato, di far rivivere affetti e luoghi che hanno fatto parte della mia vita e non ci sono più, come in particolare Copenaghen e il Valdarno. Il secondo filone racconta storie di amori “fuori norma”, un professore e una studentessa di trent’anni più giovane, un altro professore e una scrittrice quarantenne conosciuta per caso in un agriturismo nel senese, entrambi den decisi in un primo momento a starsene da soli per superare ognuno un lutto pesante.

Fratelli mi ha aiutato moltissimo a elaborare un mio lutto: Massimo, un mio ex studente diventato nei vent’anni successi uno tra i miei migliori amici, un “fratello” appunto, morto assassinato a Tunisi sei anni fa.

Hai altri progetti letterari?

Certamente, a breve dovrebbe apparire Nel vento per sempre, e forse per l’anno nuovo Vendette, il quarto della saga iniziata con La ribellione del manoscritto. Questa volta si va a Marsiglia, poi in Corsica, Valdarno, Tel Aviv e Parigi.

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